Una parola dolce è come un fico in un cesto

Una parola dolce è come un fico in un cesto

Riceviamo questa lettera dalla Romania, scritta da una volontaria partita in ottobre per lavorare al Villaggio dei Ragazzi di Ciocanari, realtà che si trova a circa 30 Km da Bucarest e che ospita diversi bambini provenienti da situazioni di grave disagio sociale. Qui si racconta invece la visita in un villaggio dei dintorni.

Cari amici,

vi scrivo dopo aver trascorso l’intera giornata di sabato visitando i malati dei villaggi vicini.
Lo staff medico in questa occasione era al completo: un medico anestesista, Gabriele Tomasoni, suor Fabiola, infermiera da lunga data, e Drina, la nostra infermiera da poco trasferitasi a Bucarest.
Io li ho accompagnati facendo da autista e presentandomi come tramite tra queste persone bisognose e i medici, che non possono essere presenti tutti i giorni.
Gabriele è venuto per la prima volta in Romania su sollecitazione di Laura, sua moglie.
Suor Buni (“Nonnina”), come affettuosamente viene chiamata qui suor Fabiola, affronta ogni mese un viaggio di quattro ore in microbus da Darmanesti per assistere i malati di Ciocanari e Niculesti.
Drina è arrivata in maxitaxi da Bucarest alla stazione di Peris.  Andiamo a prenderla e alle nove siamo pronti per le visite. Suor Buni sfoggia una nuova borsa da medico regalatale da Tomasoni, piena di medicinali arrivati dall’Italia. Sulla nostra lista venti, trenta pazienti, per lo più persone anziane con problemi di pressione alta, diabete, artrite.
A Ciocanari, appena scese dall’auto, ci sono venute incontro alcune donne che avevano riconosciuto Drina, non la vedevano da mesi. Baciano le mani, abbracciano e si commuovono. Salutano suor Buni e ammutoliscono di fronte al medico italiano.
Dopo la prima visita ci troviamo circondati da altre donne che chiedono se il dottore può passare da loro. Una mamma ci racconta della figlia affetta da idrocefalo che, operata con grave ritardo, ha perso la vista perché la pressione endocranica le ha necrotizzato il nervo ottico. Desiderano un consulto, andiamo.
La signora ha otto figli. Ci fa entrare nella camera della ragazzina, dove arrivano anche le sorelle, affettuosissime, che circondano la malata e vogliono sapere se potrà recuperare la vista. Gabriele e suor Buni leggono i referti clinici, Drina traduce e spiega. La mamma della malata si affida a Dio, dice che se lei è guarita da un tumore alla mammella, perché la figlia non può recuperare la vista?
Una delle sorelle abbraccia la giovane che scoppia in lacrime. Io esco dalla stanza… Non sono un medico e in quanto a chiedere miracoli…
Visitiamo altri malati felici di vedere Drina e suor Fabiola, ancora baci e abbracci. Una nonnina ci saluta cosi: «Un cuvunt dulce e ca un smochin in un cutie!».
Ho capito anch’io che sono qui da poco: «Una parola dolce è come un fico in un cesto».

Avrei tanto altro da scrivere, da raccontare…
Ventisei pazienti, molti gravi. Famiglie poverissime che aiutiamo con alimenti. Bambini che crescono in case costruite con argilla e canne di due metri per due, senza acqua corrente né servizi igienici. Analfabetismo, promiscuità, umanità dimenticata.
A fine giornata mi son sentita come se avessi lavorato in miniera.
Gabriele dice che quello che facciamo è come una carezza. Come dice la nonnina, un fico in un cesto.
In Romania non crescono molti alberi di fico e i fichi non sono dolci come in Italia.

Grazie a tutti gli amici buoni
Luisa