Colombia, il luogo delle contraddizioni?

Colombia, il luogo delle contraddizioni?

Varie volte ho sentito definire il Sud America come “ il luogo delle contraddizioni per eccellenza”.
Certo, anche la mia prima impressione, non appena giunta qui, ha contribuito nel rendermi incline ad accettare tale definizione. Tuttavia, se da una parte possiamo certamente parlare di contraddizioni, dall’altra mi sono resa conto di quanto il risultato di ciò che la Colombia è adesso, sia legato in maniera assolutamente coerente a cause ben concrete. Tutto ciò che noi concepiamo come contraddizione ed assurdità, altro non è che l’effetto di fatti antecedenti che hanno segnato e reso tale la vita, le abitudini, e tutti gli altri aspetti che riguardano questo paese.
Sarebbe dunque ingiusto non soffermarsi su tale analisi, non indagare le motivazioni ed i processi che hanno portato a tale situazione, e trascurare, di fronte ai controsensi che giustamente ci saltano all’occhio a frotte, un rapporto causa-effetto pienamente congruente, atto non tanto a giustificare, quanto più a cercare di comprendere senza meramente giudicare.

Tenterò quindi di strutturare in tali termini il mio resoconto riguardo i giovani di Norcasia, le loro famiglie, il loro modo di vivere e di vedere il mondo, il loro livello di istruzione e le loro aspirazioni per il futuro.

LA FAMIGLIA

In tutta Norcasia, le famiglie ‘stabili’ di mia conoscenza, ovvero composte da entrambi i genitori biologici, le posso forse contare sulle dita di una mano.
Conosco, piuttosto, numerose donne rimaste sole a crescere i propri figli, oppure accompagnate in questo duro compito da un altro compagno, ma praticamente mai dal padre che ha dato ad essi la vita.
L’usanza qui prevede che una ragazza vada a vivere fin da molto giovane con il proprio fidanzato, e che si ritrovi ad avere figli con tempi altrettanto rapidi. Breve è invece il lasso di tempo che la coppia condivide prima di arrivare a separarsi, spesso in nome dell’amore per un’altra donna o per un altro uomo, con i quali andare ad iniziare una nuova vita famigliare. Una sorta di tacito accordo, in ogni caso, vede i figli rimanere quasi sempre con la madre.
Per spiegare tale situazione, bisogna considerare uno degli aspetti più spiccati della cultura colombiana: la tendenza a non pensare troppo alle conseguenze delle proprie azioni, o in generale al futuro, vivendo il presente con leggerezza, con impeto quasi istintivo, lasciandosi trascinare dai sentimenti e dai desideri del momento. Non stupisce affatto, per esempio, che qui i tradimenti siano all’ordine del giorno.
Parlare di un ‘per sempre’ riguardo ad un rapporto, è forse per la maggioranza considerato impensabile. Com’è quasi inconcepibile qui anche l’idea dell’investire in qualcosa, del conservare, del mettere da parte: e questo non solo per quanto riguarda i beni materiali.
Tutto ciò potrebbe sembrare piuttosto egoista, ma in fondo tale attitudine semplicistica, noncurante e superficiale nei confronti dei rapporti, delle cose, e più in generale della vita, non è altro che il risultato di una totale assenza di certezze ultime, sulle quali poter contare. Com’è infatti possibile pensare di poter dare una certezza a qualcuno, di poterla nutrire riguardo alle decisioni per la propria vita, basandosi su un punto fisso di cui di fatto non si dispone?
Il credo cristiano, qui in gran parte professato, tenta di proporre tale punto fisso, tale basamento su cui poggiare la propria esistenza; come anche propugna il matrimonio come unico modo per raggiungere la felicità all’interno della famiglia. Ma la fede è qui talmente sradicata dalla concretezza, e vissuta come un qualcosa di lontano da sè, che di fatto non riesce ad entrare nel cuore dell’uomo, a salvarlo ed a fornirgli un fondamento su cui costruire la propria vita, nè tanto meno la propria famiglia. L’amore di un Dio fedele che mai tradisce, che sempre perdona, che salva e che regge, poiché concepito come mera teoria, non può essere in alcun modo trasposto nella propria vita. Senza dunque sperimentarlo, è dura arrivare da soli a credere che compiere sacrifici e rinunce in nome di tale amore, sia preferibile allo scegliere ciò che nel momento stesso sembra rappresentare la cosa maggiormente desiderabile per se stessi.
Parlando invece di altre motivazioni oggettive, non si può non ricordare che la Colombia è reduce da una logorante guerra civile, durante la quale parlare di qualsivoglia tipo di sicurezza, era pressoché impossibile. Un giorno possedevi moglie e figli, amici, una casa, un campo da coltivare; il giorno dopo magari ti trovavi privato non solo della tua abitazione e dei tuoi mezzi di sostentamento, ma anche dei tuoi cari. L’idea di vivere il giorno stesso, godendoselo finché possibile, senza poter contare sul domani, è forse anche lo strascico degli orrori di violenze ed ingiustizie che hanno indelebilmente segnato questo popolo nella propria concezione di ciò che è la vita.

All’interno di questo contesto famigliare si ritrovano dunque ad essere cresciuti i bambini di Norcasia, spesso senza poter contare sulla presenza di entrambi i genitori, sul loro appoggio, senza avere di fronte a sè, un esempio di fedeltà, stabilità, carità, speranza, fede. Ma non solo: un altro aspetto doloroso, con cui talvolta ci si scontra conoscendo la vita di questi ragazzi, è la presenza di violenze ed abusi subiti anche all’interno della propria stessa famiglia.
Dall’altra parte, tuttavia, non si può nemmeno negare il profondo attaccamento affettivo che, in ogni caso, i giovani colombiani serbano nel loro cuore rispetto a chi li ha messi al mondo e li ha poi cresciuti. Tale figura è quasi sempre rappresentata logicamente dalla madre, a causa del frequente abbandono paterno.

Tutto ciò è per noi difficile da accettare, fors’anche perchè tale situazione, a differenza che in Italia, oltre ad essere molto più evidente e dura nelle sue problematiche, viene quasi giustificata da una cultura innegabilmente differente dalla nostra, la qual’ultima invece non può in fondo prescindere dalle proprie profonde radici cristiane, qui trapiantate senza aver pienamente attecchito.

IL RAPPORTO CON LE PROPRIE ORIGINI

Come conseguenza di tutto questo, non risulta difficile comprendere come i ragazzi norcaseni non avvertano una profonda connessione tra le proprie aspirazioni, e le condizioni di vita in cui sono stati generati e cresciuti; tra il proprio essere che chiede di più, e le proprie origini: è evidente, innegabile quanto essi percepiscano dentro se stessi una nota stridente riguardo al contesto in cui si trovano, un forte senso di insoddisfazione, un vuoto da colmare sotto tutti i sensi.
La maggior parte dei giovani campesini (ovvero figli di chi vive di campo), non anela per il proprio avvenire ad una vita simile a quella dei propri genitori: essi conservano invece nel loro cuore un profondo desiderio di fuga, verso un futuro migliore, verso una sorta di riscatto.
Questa possibilità di riscatto la intravvedono tuttavia non solo per se stessi, ma anche per i loro cari: la speranza è quella di ottenere un lavoro diverso, attraverso il quale poter cambiare e migliorare la propria vita, quella dei propri genitori, ed anche quella dei propri paesani. L’apporto che essi ricercano e desiderano fornire alla propria comunità, è spesso di natura sociologica. Conosco vari ragazzi che vorrebbero infatti studiare e trovare un mestiere affine a tale sfera, e in ogni caso lontano da una prospettiva di lavoro agricolo.
Se da una parte tutto ciò è molto positivo, dall’altra è triste notare come questi giovani, non avvertano nessun tipo di attaccamento alla vita di campagna, nella quale sono cresciuti. Addirittura arrivano a denigrarla, a concepirla come un qualcosa di limitante, faticando a riconoscerne la bellezza ed i preziosi frutti. La volontà è quella di “salvare” se stessi ed i propri genitori da tale vita, sollevarli da una condizione che avvertono come umiliante, anzichè tentare di apprezzarne tutti i benefici e rendere questi ultimi più evidenti magari grazie al proprio apporto di studi.
A questo si lega il nostro tentativo di risolvere tale situazione, educando i muchachos della fondazione tramite le attività agricole e zootecniche, con la speranza di risuscitare in loro il sentimento d’appartenenza alla vita campestre.
In altri si manifesta invece il mero desiderio di abbandonare (in questo caso per sempre) il proprio luogo di origine, di lasciarsi alle spalle una volta per tutte un passato di insoddisfazione o sofferenza, alla volta delle grandi città, tanto attraenti nella credenza che esse offrano mille opportunità di realizzazione personale, mille più di quelle che ci sono qui e che i giovani avvertono come mancanti.
Che tutto ciò non avvenga, sta a cuore anche ad associazioni come Construimos, la quale, nell’offrire ai ragazzi della fondazione la possibilità di ottenere dei contributi per studiare a Bogotà, chiede loro in più di impegnarsi, una volta terminata l’università e la propria formazione, a tornare al proprio paese d’origine, per fornire il proprio apporto ed il proprio aiuto in modo diretto, nel luogo stesso da cui essi vengono.

LA SCUOLA
Parlare di scuola così come noi la conosciamo, è pressochè impossibile da fare nei confronti del colegio norcaseño.
La formazione scolastica dei ragazzi colombiani, che comincia intorno all’età di cinque anni, si svolge in un ciclo unico di undici grados (“gradi”), per concludersi, nel migliore dei casi, all’età di sedici. Purtroppo, per le più svariate ragioni, sono davvero pochi coloro che riescono a terminare tale percorso nei tempi previsti: nella fondazione al presente, per esempio, all’undicesimo grado troviamo tre ragazzi che hanno rispettivamente diciassette, diciotto e ventun’anni.
In ogni caso, il livello d’istruzione conseguito dai ragazzi di questo paese, al termine del ciclo undecennale, è incredibilmente, paurosamente basso.
E’ sufficiente un’ora di affiancamento nello studio ai muchachos della fondazione, per rendersi conto delle loro lacune esorbitanti in materie come matematica, storia e geografia, per non parlare dell’inglese, idioma di cui, nonostante qui si inizi a studiare molto presto, non sono in grado di spiccare una sola parola. Nemmeno nella loro lingua madre, lo spagnolo, sanno scrivere correttamente.
Il problema va ricercato innanzitutto nella scarsa competenza degli stessi insegnanti, i quali svolgono spesso tale lavoro con assenza di passione e adeguata preparazione.
Agli alunni non viene tra l’altro fornito nè un metodo di studio, nè tantomeno gli strumenti per poterselo ricavare.
Vi è poi nei ragazzi un’assenza quasi totale di curiosità, e soprattutto di consapevolezza: essi apprendono, studiano, svolgono le “tareas” in maniera passiva, senza mai domandare ‘perchè’, senza alcun desiderio di approfondire. Questo è certamente causato dal fatto che nemmeno i professori si preoccupano troppo di fornire ai propri alunni le ragioni per le quali studiare tali cose, per le quali sia importante capirne altre… insomma di suscitare in loro tale interesse che rende lo studio un qualcosa di attraente e di utile per la vita: spesso rimaniamo noi stessi allibiti di fronte alle consegne di compiti dall’utilità assolutamente opinabile, o che comunque risulterebbero privi di senso per chiunque, senza le dovute spiegazioni che vengono a mancare.
Inoltre, cosa giustamente difficile per noi da concepire, i ragazzi non dispongono di libri di studio: tutti i compiti vengono svolti tramite internet, senza il quale si sentirebbero perduti. Tuttavia persino nell’uso di tale mezzo, che potrebbe certamente rivelarsi molto utile, si avverte la mancanza di un metodo.

Tutto ciò rende logicamente ardua la possibilità che gli alunni norcaseni arrivino a desiderare di proseguire i propri studi nel futuro. Ad allontanare ulteriormente l’ipotesi di una scelta universitaria, si aggiunge il fatto che pochi, da un punto di vista economico, se lo potrebbero permettere, (per non parlare poi delle famiglie dei muchachos della fondazione!)
Ancora una volta entra in campo Construimos, la quale, con la grande opportunità delle borse di studio, incoraggia i giovani delle città di Dio come la nostra, a non arrendersi rispetto alle proprie aspirazioni, ma anzi a combattere con impegno per esse.

LE ATTIVITA’ CON I RAGAZZI DELLA FONDAZIONE

Descrittovi il contesto e le problematiche giovanili che ravvisiamo qui a Norcasia, tenteremo ora di raccontarvi le attività, atte a migliorare in tutti sensi tale situazione, che svolgiamo con i muchachos della fondazione. Tali attività vengono attuate e concepite all’interno di un percorso educativo che desidera agire e lavorare su più fronti, offrire cioè sia un apporto alla loro formazione agricola ed accademica, sia un accompagnamento spirituale.
L’obiettivo ultimo del nostro lavoro, in ogni caso, è quello di sfruttare ogni momento trascorso assieme ai ragazzi, all’insegna delle più svariate occupazioni o di semplici momenti di condivisione, per giungere a mostrare loro una prospettiva diversa nel vivere e nel fare le cose: tutto ciò non sarebbe attuabile se non facendo loro conoscere Dio, ossia una Presenza d’Amore immenso e reale che può rendere la vita, divenendone fondamento, un dono meraviglioso ogni giorno ed in qualsiasi circostanza.

Il percorso educativo in questione si dispiega lungo tutto il corso della settimana scolastica, dividendosi tra attività pomeridiane, e momenti di condivisione serali.
Per entrare nello specifico, questo è tutt’ora il nostro programma:

• lunedì
pomeriggio: lavori alla granja
sera: sport

• martedì
pomeriggio: lavori alla granja
sera: corso di italiano (aperto a tutto il pueblo)
• mercoledì
pomeriggio: accompagnamento nelle tareas (“compiti”)
• giovedi
sera: film

Le attività lavorative agricole e zootecniche svolte alla granja, sono concepite come un momento di scoperta e di crescita all’interno della vita di campagna. Il desiderio è quello che i ragazzi apprendano ad apprezzare ed a sfruttare al massimo di ciò che già dispongono, portando a nascerne in loro una forte affezione.
Al momento presente, stiamo lavorando su un progetto che vede come protagonisti i prodotti ortofrutticoli: i ragazzi sono impegnati nella cura delle cosiddette huertas (“orti”), dove abbiamo seminato assieme a loro piante come mais, lattuga, cavoli, pomodori, rape rosse, coriandolo, cipolle, fagioli e cetrioli. Questo progetto prevede tra l’altro un impegno diretto e personale da parte dei ragazzi, i quali devono informarsi da soli rispetto alle specifiche cure che tal pianta necessiti per crescere, organizzarsi per nutrire ed irrorare ogni giorno il proprio campicello, privarlo delle erbacce… dedicandovisi insomma con costanza ed attenzione.
La speranza è quella che, così facendo, essi possano ripetere da soli ciò che qui apprendono, assieme alle loro famiglie. Infatti accade purtroppo di rado che nelle veredas da dove essi provengono, nonostante le condizioni ottimali per farlo, si punti all’auto sostentamento: per assurdo essi acquistano invece al supermercato quei prodotti di cui potrebbero benissimo disporre in maniera autonoma, e di qualità tra l’altro maggiore.
Ultimamente abbiamo stabilito di iniziare le attività nell’orto con una preghiera tutti assieme, e con una breve riflessione sul lavoro che svolgiamo. Con tale preghiera e tale riflessione ci piace trasmettere ai ragazzi l’idea dell’orto come di una metafora della vita: la cura, l’attenzione e la costanza che tale occupazione richiede, il bisogno di nutrire la terra e di annaffiarla ogni giorno, di privarla delle erbacce, diventano il simbolo delle stesse necessità che la nostra anima richiede per poter dare frutto nel nome di Colui che solo può aiutarci e permetterci di farlo.
Con l’affiancamento dei ragazzi nei loro compiti scolastici, tentiamo invece di rispondere ad un palese bisogno dettato da lacune presenti in quasi ogni materia, e dalla mancanza di metodo nello studio e nell’utilizzo di internet (unico mezzo a loro disposizione per svolgere le tareas.)
Oltre a questo, vi è la volontà di suscitare in loro quella curiosità necessaria ad un alunno, e in generale a qualsiasi giovane, le cui ali vengono troppo spesso tarpate dalla mala tecnica d’insegnamento del colegio colombiano, dall’alta passività dell’ambiente poco stimolante in cui si trovano, e talvolta dagli stessi professori, il quale interesse è, nella maggior parte dei casi, solo quello di mantenere il proprio posto di lavoro facendo il minimo indispensabile.
In ogni caso, ammettiamo di trovarci davvero in difficoltà nel fare ciò, sia per l’innegabile complessità che comporta tale compito, sia perchè, molto semplicemente, il tempo che abbiamo a disposizione per affiancare i ragazzi nello studio, e per lavorare dunque in maniera mirata e costata, è davvero poco.

L’attività sportiva è per i muchachos un’occasione per passare un pò di tempo, con noi e tra di loro, in un contesto di puro svago. Tale momento di sfogo e divertimento diventa necessario in quanto, all’interno delle regole della fondazione, essi non dispongono di altri momenti simili.
Un altro momento di svago, ma anche di crescita, condivisione e riflessione, è rappresentato dalla visione serale della pelicula.

Ultimamente, da qualche mese, qualcuno dei ragazzi partecipa, manifestando aperto interesse e curiosità, anche al corso di italiano aperto a tutto il pueblo.

Veronica