L’esperienza di Stefania in Colombia: “Dimenticare di essere al centro di tutto”

L’esperienza di Stefania in Colombia: “Dimenticare di essere al centro di tutto”

È arrivata in questi giorni la testimonianza di Stefania Moser, civilista a Norcasia da novembre 2016 a settembre 2017. Ne condividiamo un estratto con voi:

È incredibile dove ti conduca la vita, quando per un attimo smetti di pretendere di avere il controllo di tutto, quando ascolti quella sensazione, quel desiderio che non se ne va, quella chiamata. È stupendo capire che per quanto tu possa pianificare, immaginare, sognare, ci sono piani e sogni che ti portano altrove. 

Se ripenso a come sono arrivata a Norcasia, però, sicuramente non posso dire che sia stato un caso. Guardandomi indietro, tutte quelle “coincidenze” hanno dato un senso a tutto, anche a momenti di sofferenza e delusione che avevo vissuto.

Così mi spiego quella sensazione di pace mai provata che ho sperimentato dal primo giorno in cui ho messo piede sul suolo colombiano, a novembre dell’anno scorso: mi sentivo, per la prima volta nella mia vita, al posto giusto, nel momento giusto. Aver risposto a quella sensazione, a quel desiderio, a quella chiamata era già tutto per me. E forse proprio perché per una volta non lo avevo programmato io, non sentivo alcun peso, se non quello di vivere. Esserci, vivere, accogliere tutto ma senza controllare, pretendere, cercare di indirizzare le cose come volevo io.

“Ma cosa facevi nel concreto a Norcasia?” è la domanda che mi viene adesso fatta da amici e parenti qui in Italia quando mi metto a fare questa premessa filosofeggiante, che confonde un po’ chi non ha vissuto tutto ciò. La domanda giusta sarebbe “Cosa non ho fatto?”, perché davvero fare un riassunto di tutto quello ho avuto l’opportunità e l’onore di imparare, di vedere, di vivere è impossibile.

Sì, nel concreto ci siamo occupati della granja (fattoria) e dei ragazzi della fondazione. Abbiamo raccolto, pulito e venduto uova, venduto il latte e platano porta a porta, ucciso, spennato e venduto polli, curato il giardino, le piante di platano, aiutato i ragazzi nei compiti, organizzato attività sportive, serate cinema, momenti di preghiera, gite e mille altre cose. Quante cose ho imparato che non avevano mai neanche sfiorato la mia mente prima? Incredibilmente tante.

Ci sono gli insegnamenti pratici, da imparare a guidare la moto a parlare lo spagnolo, e quelli più legati all’educazione dei ragazzi: gestire l’equilibrio tra affetto e autorevolezza, tra la loro voglia di libertà e la sofferenza delle famiglie nel vedere i loro errori. Abbiamo cercato di ascoltarli e di aiutarli a puntare in alto per non sprecare le opportunità che gli si presentano. Abbiamo cercato di imparare a stare loro vicini, ad essere grati quando condividevano con noi le loro difficili storie di vita o i problemi quotidiani che stavano vivendo. Senza giudicare, senza pretendere di salvare nessuno, di essere supereroi, solo stando loro accanto, standoci.

Ci sono poi gli insegnamenti personali. Sì, perché nel momento in cui ti dimentichi un po’ di te stesso, riesci a capirti un po’ di più. Quanto ho imparato su me stessa: sulle mie paure, sul perché reagisco in determinato modo di fronte a certe sfide, sul saper distinguere ciò che è importante e ciò che non lo è, su quello che mi rende felice sul momento e ciò su cui invece vale la pena di investire.

Con tutti i nostri limiti, le nostre difficoltà, le nostre paure, i nostri caratteri, ci siamo aiutati a crescere: condividendo, convivendo, pregando insieme, rispecchiandoci gli uni negli altri ma anche discutendo, piangendo, segnalandoci gli errori, puntando a un obiettivo comune e soprattutto guardando al Signore. La vita comunitaria del “granja Monte Carmelo” è infatti l’aspetto che più mi ha affascinata in questi mesi, e che mi ha obbligato a mettermi in discussione.

Non sono però gli insegnamenti “pratici”, né quelli “personali” che hanno reso preziosa questa esperienza. È stato il “perché”, o meglio “per chi”, a dare sapore a ogni giornata, ogni incontro, ogni problema da risolvere, ogni lavoro che c’era da fare.

No, non è stato tutto facile, anzi niente è stato facile. Ci sono state difficoltà, ho fatto anche errori. La difficoltà più grande (forse perché non calcolata) è stata il ritorno a casa. Non l’avevo proprio previsto, ma i nuovi occhi che mi sono stati regalati in Colombia mi hanno fatto mettere in discussione tutto, ma davvero tutto, al punto da essere totalmente disorientata e molto spaventata.

Adesso ho nostalgia, vera e propria nostalgia, come quella che si ha da bambini quando si sta via di casa per le prime volte, ma in questo caso per un luogo che è a migliaia di chilometri da casa. Come faccio a portare nella mia vita di qui tutto quello che ho imparato? Come si fa a vivere qualcosa di più bello di quello che mi è stata donato di vivere a Norcasia?

Penso che la risposta a queste e altre mille domande che ho in testa la posso trovare proprio ripensando a ciò che mi ha portata a Norcasia. Devo avere fede: la vita ha molta più creatività di quanta ne posso avere io, che proprio quando smetto di pretendere di avere il controllo, quando mi concentro sul “per chi” sto facendo tutto quotidianamente, allora ritrovo pace. Solo così tutto acquista un senso, in qualsiasi luogo o momento mi trovi.

 

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