La croce dei migranti a Casa Delbrel

La croce dei migranti a Casa Delbrel

Padre Fabio Silvestri, che nel corso della Festa #DimensioneFamiglia ha consegnato la Croce dei Migranti a Casa Delbrel, ci racconta in questo articolo la storia e il vero significato della croce realizzata dal falegname di Lampedusa Francesco Tuccio

Soltanto una povera croce, di legno grezzo, e ricoperta di vernici screpolate.

No, non è preziosa. Però si vede, che è viva. Viva del ricordo di cui è impregnata, che è quello del mare e del suo sale. Che è il volto senza nome dei tanti, troppi migranti morti tra le acque di casa nostra, nel tentativo di fuggire da situazioni di guerra e povertà, di persecuzione e di abbandono. Che è il grido senza più parole di un appello, all’umanità e alla fede, di chiunque voglia provare a capire, prima di giudicare…

croce dei migranti

La piccola Croce dei migranti, che da qualche giorno accoglie chiunque entri a Casa Delbrel, è un dono di Arnoldo Mosca Mondadori, nipote del celebre editore: dono offerto in occasione di un incontro con lui organizzato dagli universitari e giovani lavoratori del MEC, ma che sin da subito è stata destinata alla Casa Delbrel, come al luogo più proprio per la sua collocazione, anche per volontà del suo ideatore.

Mosca Mondadori, infatti, è sì un editore che ha realizzato diverse e prestigiose collaborazioni, con personalità del calibro di Alda Merini (di cui ha curato per dodici anni l’edizione dell’intera opera mistica), del regista Ermanno Olmi, del musicista Ennio Morricone, della scienziata Margherita Hack e altri ancora; ma è prima ancora un uomo che da sempre è impegnato nella promozione di una serie di importanti opere sociali. Si pensi a quella svolta con la Fondazione Benedetta D’Intino (a servizio della disabilità comunicativa dei bambini), con la onlus Amani per l’Africa, con il progetto originario dell’Orchestra dei popoli, etc. Nel contesto di questo impegno, una particolare attenzione è stata da lui dedicata ad iniziative di sensibilizzazione per il dramma dei migranti, come la Porta di Lampedusa e la Croce di Lampedusa.

Porta dei migranti a Lampedusa

La Porta di Lampedusa è un monumento di quasi 5 metri di altezza e di tre di larghezza, realizzato dall’artista Mimmo Palladino: è in ceramica refrattaria e ferro zincato, in modo tale da poter assorbire e riflettere la luce. Collocata nella contrada del Cavallo Bianco, a Lampedusa, è stata inaugurata il 28 giugno 2008, ed è diventata un simbolo decisivo per ricordare tutti i morti in mare – che non hanno avuto né sepoltura né un nome – ed è ormai meta di pellegrinaggi e visite ufficiali. Nell’anno del Giubileo straordinario è stata inoltre indicata come Porta della Misericordia.

La Croce, invece, è stata realizzata dal falegname di Lampedusa Francesco Tuccio (autore anche del pastorale usato da Papa Francesco, in occasione della sua visita all’isola siciliana). Il dato più commovente è che il materiale utilizzato (per la Croce più grande, come pure per le sue riproduzioni più piccole) sia il legno degli stessi barconi di Lampedusa, provenienti dalle coste libiche. La Croce grande, alta 2 metri e 80 e larga un metro e mezzo, del peso di 60 chili, è stata per altro presentata a papa Francesco, durante l’udienza generale del 9 aprile 2014, dallo stesso Mondadori. In quell’occasione il Papa l’ha benedetta e baciata commosso, auspicando che il viaggio di quel segno diventasse motivo di una reale sensibilizzazione universale verso il dramma dei rifugiati e, più in generale, dei migranti. La Croce ha poi iniziato il suo pellegrinaggio lungo tutta l’Italia, portando ovunque un messaggio di solidarietà e di pace tra comunità e parrocchie, culture e fedi. E, ad oggi, ha già raggiunto diverse regioni del mondo, anche molto lontane tra loro, come il Messico, il Madagascar, la Nuova Zelanda, etc.

È proprio una di queste croci, dunque, realizzata dal falegname Tuccio con le travi dei barconi, ad essere arrivata anche in Casa Delbrel.

Da questo momento in poi, quindi, anche qui sarà possibile sostare almeno per un attimo davanti a questo segno, umile e spoglio, per non dimenticare. Cioè sarà possibile fermarsi a riflettere, anche qui, su cosa significhi davvero il dramma di chi fugge perdendo tutto, anche la famiglia o la vita; e sarà possibile farlo toccando quel legno consumato a cui troppe speranze sono rimaste aggrappate, prima di essere travolte dalle onde. E quindi anche qui, incrociando lo sguardo e il cuore delle famiglie che già sono ospitate, sarà possibile offrire un nostro servizio con un po’ di consapevolezza in più di cosa sia davvero in gioco…

E cioè una ferita che riguarda ciò che è più umano, perché capace di uccidere la dignità di una persona o di un popolo – prima ancora della sua vita fisica – quando la costringe alla perdita di ogni legame, di ogni memoria e di ogni speranza. Perché riguarda la dignità crocifissa di tanti fratelli, senza più un volto o senza più una storia. E perché forse, infine, ci riguarda tutti: almeno quando siamo davanti a quei fratelli che – con i loro occhi muti o quel sorriso in attesa di risposta – ci chiedono soltanto un po’ di tempo. Cioè un po’ di noi stessi e della nostra cura.

Sì, è soltanto una povera croce… ma forse è di tutti. Perché è come se fosse quella di Dio.