INTERVISTA CON LUCILLA GIAGNONI

INTERVISTA CON LUCILLA GIAGNONI

Un ragionamento poetico, proposto in spazi alternativi al teatro: con queste parole Lucilla Giagnoni, attrice, sceneggiatrice e autrice televisiva italiana, spiega Pacem in terris, meditazione teatrale che si terrà domenica 24 settembre ad Adro, durante la Festa Verso l’Altro 2017 (info e biglietti), che quest’anno prende spunto dalla frase di Thomas Merton “Nessun uomo è un’isola”: un concetto centrale anche nell’enciclica, dove tutto appare connesso in una rete. In attesa di poter ascoltare dal vivo Lucilla Giagnoni, l’abbiamo intervistata.

Pacem in terris è l’ultima enciclica di papa Giovanni XXIII, scritta ormai più di cinquant’anni fa, nel 1963: perché è ancora attuale? Perché parlarne oggi, in un contesto storico e sociale mutato?

Tutta la mia storia di vita è a partire da quell’enciclica, visto che sono nata pochi mesi dopo. Ma in effetti è ancora contemporanea, parla di noi. Perché tutti i temi trattati ci riguardano oggi, nella loro complessità, dai diritti umani al bene comune, dai diritti del lavoro ai temi dell’immigrazione, del sapere e della globalizzazione: tutto è stato trattato e anticipato in una visione del mondo che a cinquant’anni di distanza risulta profetica. Se l’avessimo seguita e tradotta in pratica, forse saremmo molto più vicini alla risoluzione dei problemi.

La questione più importante è il raggiungimento della pace. Al tempo dell’enciclica erano già passati vent’anni dalla seconda guerra mondiale, si era in piena ricostruzione, ma si viveva con lo spavento di una terza guerra mondiale. Oggi viviamo in una “terza guerra mondiale diffusa”, come dice papa Francesco, e il grande problema della guerra e della pace è ancora attualissimo, purtroppo.

Dico “purtroppo” perché quell’enciclica afferma un concetto fondamentale su cui non si è riflettuto abbastanza:

La guerra è un sistema di relazione tra uomini che non può essere più accettato come strumento di risoluzione dei rapporti.

Ma la cosa più interessante è che probabilmente Pacem in terris è, tra le tante encicliche, quella che più ci assomiglia in questo momento storico. Viene scritta alle soglie di un cambiamento epocale della cultura cristiano-cattolica. Papa Giovanni XXIII aveva indetto il Concilio Vaticano II, il momento di riflessione spirituale più alto degli ultimi due secoli, che ha permesso alla civiltà cristiana di fare un’evoluzione rispetto al suo rapporto con i grandi testi che, per esempio, manca al mondo musulmano. Una mancanza di cui pagano le conseguenze i fedeli musulmani e, di fatto, tutti noi, con le recrudescenze fondamentaliste che vediamo ogni giorno.

Per questo è molto importante andare a vedere le radici di questa profezia: per capire cosa sapevamo già, quanto sia fondamentale agire immediatamente e non rimandare.

Pacem in terris rientra tra le tue “meditazioni”: puoi spiegarci cosa intendi per “meditazione” e perché è differente da uno spettacolo teatrale?

I miei spettacoli teatrali hanno delle caratteristiche quali una nuova drammaturgia e un diverso lavoro di incarnazione dell’attore. Questo mio lavoro, invece, lo chiamo “meditazione” perché è la condivisione di un ragionamento: in quanto attrice, questo ragionamento prende naturalmente delle pieghe poetiche, ma resta una condivisione anche interlocutoria, che pone al pubblico domande dirette.

La struttura della meditazione è una via di mezzo fra una lettura, una conferenza e uno spettacolo teatrale. Non c’è il livello di incarnazione dello spettacolo teatrale, non c’è la distanza testuale della lettura… è un ragionamento poetico, spesso proposto in spazi alternativi al teatro. Allora risulta ancora più profondamente una meditazione.

Come nasce l’idea di utilizzare questo testo, di certo differente dalla tipica struttura del testo teatrale, come punto di partenza per una nuova creazione teatrale?

Da una quindicina di anni sto interrogando i grandi testi nei miei spettacoli teatrali, dalla Divina Commedia al libro della Genesi, l’Apocalisse, il Vangelo. Spesso considerati di esclusivo appannaggio del mondo religioso, appartengono invece a tutta l’umanità, perché parlano sia a chi ha fede che a chi non ha fede. Affrontando questo percorso, si sono affiancati altri testi a supporto dei miei lavori: ecco, Pacem in terris è uno dei testi che ho incontrato.

La genesi di questa meditazione è anche abbastanza divertente… In realtà l’idea non è stata mia, ma di Emanuele Motta: un personaggio curioso, un gallerista bergamasco-milanese esperto in quadri del fine Ottocento, con una propensione tutta sua al socialismo manzoniano e a un’idea cristiana dell’evoluzione. Abitando molto vicino a Sotto il Monte (BG), mi ha letteralmente inseguita, e possiamo arrivare a dire perseguitata – lo dico perché so che lui ci riderà su, perché poi ha avuto ragione lui [ride]: ogni volta che facevo uno spettacolo nella bergamasca me lo trovavo davanti con la Pacem in terris: «Tu devi farci qualcosa…». Finché non ho letto con attenzione questa Pacem in terris. E così ho capito l’intuizione che aveva avuto Motta, e l’ho trovata geniale.

Punto Missione onlus si occupa di realizzare progetti di educazione di minori, di formazione per giovani e di reinserimento sociale di donne in stato di difficoltà, e trova il suo momento festivo e conviviale nella festa annuale Verso l’Altro. Quanto ritieni siano importanti progetti e feste di questo tipo?

Non sono importanti, sono fondamentali, soprattutto oggi. Per quanto riconosca l’utilità e la qualità dei nuovi strumenti tecnologici, in una deriva individualistica, dove ognuno di noi potrebbe legittimamente stare di fronte allo schermo del proprio computer e virtualmente essere connesso con il mondo, il rischio più grande è la perdita di contatto con la realtà e soprattutto con la corporeità e la condivisione dei corpi, una possibilità fisica fondamentale perché la conoscenza passa anche attraverso l’esserci in uno stesso tempo e in uno stesso spazio.

Questa dimensione dell’esserci nello stesso tempo e nello stesso spazio è diventata l’opportunità più lussuosa che ci possiamo permettere.

Ci sono tre momenti di questo genere nella nostra vita societaria: nella scuola, nel momento religioso e spirituale e nel teatro. Queste feste e questi momenti sono fondamentali per ritrovare una dimensione, anche laica, di festa collettiva intorno a tematiche importanti, in cui ci si può divertire ma al tempo stesso andare in profondità.

 

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